Cosa si dice in Cisl

In modo piuttosto poco visibile si è tenuto in questi giorni a Roma il XVII Congresso nazionale della Confederazione Italiana Sindacati Lavoratori, che noi tutti conosciamo come Cisl. La Cisl è nata come scissione dalla Cgil nel 1948 e oggi organizza 4.442.750 cittadini, di cui un po’ meno della metà sono pensionati. Rimane comunque una grossa grossa organizzazione sindacale, considerando che nel 2012 si sono iscritti alla Cisl 2.386.995 lavoratori1 su un totale di 22.723.000 occupati (dati Istat): cioè circa il 10% delle persone che lavorano nel nostro paese. Non poca roba.

Il titolo del XVII Congresso è L’Italia della responsabilità e noi, incuriositi da una formula tutto tranne che scontata, abbiamo deciso di dare un occhio al documento congressuale. Il Congresso della Cisl si fa su un documento unico, cioè è un congresso “per tesi”2. Ora, non è propriamente neanche così: il documento congressuale, scritto dalla Segreteria Nazionale uscente, si chiama Tracce per il dibattito e non è per niente emendabile. Il Congresso, insomma, si fa per decidere le dirigenze dei vari livelli, e le divergenze di impostazione - ammesso che ce ne siano - non hanno modo di emergere in modo formale.

Le Tracce si aprono con un’introduzione del baffutissimo segretario Bonanni, che a sua volta inizia con questa importante affermazione: “Grazie a un esercizio di grande responsabilità, la Cisl ha evitato che gli effetti più gravi della crisi di questi anni colpissero salari, pensioni, tutele sociali, posti di lavoro”. In particolare, Bonanni rivendica con particolare orgoglio di aver firmato tutto quello che gli veniva sottoposto, evitando quindi di aumentare troppo la tensione sociale (che a noi sembra però aumentata assai, nonostante la saggezza dell’amico Bonanni).
Finita l’introduzione del segretario inizia la polpa vera e propria, cioè le linee congressuali. Nel primo capitolo (La strategia riformatrice della Cisl) troviamo qualche spunto interessante. Dopo una stilettata alla “politica” (che “si divide su tutto” - e menomale) si archivia la stagione della divisione sindacale come derivata da “condizionamenti politici e rivendicazionistici, allergici a relazioni sindacali partecipative”, mentre la Cisl, grazie alla linea della contrattazione decentrata, ha favorito salari e produttività (non cita i diritti, e per fortuna). Poi il documento si lancia in una frettolosa critica al “capitalismo degenerato in un liberismo sfrenato” a cui bisogna reagire con “un nuovo umanesimo del lavoro”fondato “sull’etica della responsabilità” (eh?).
Ma è forse sul modello sindacale che il documento si fa interessante: dopo aver ribadito che “il suo modello organizzativo è quello dell’associazionismo per cui conta l’iscritto”, le Tracce attaccano “il sindacato conflittuale e rivendicativo con obiettivi populistici, indisponibile a misurarsi con i cambiamenti e quindi destinato alla  sconfitta: è il sindacato che identifica azione sociale e lotta politica”. In pratica il documento attacca quella visione “generale” del sindacato che sta alla base di tutti i sindacati a struttura confederale (cioè con un centro che coordina tutte le categorie lavorative). I sindacati a struttura confederale sono nati infatti coll’idea che serviva unire le lotte parziali di categoria in una lotta sociale generale, al fine di creare un contesto complessivo più favorevole agli interessi dei lavoratori. Una visione strettamente politica, che è stata condivisa in passato da tutti i sindacati confederali. Certo, i socialisti e i comunisti si basavano (e si basano) sull’assunto che la società sia luogo di scontro fra definiti interessi di classe mentre i cattolico-democratici no, ma anche nella Cisl questa visione, per quanto attenuata, era fino a qualche tempo fa ampiamente maggioritaria4.
Prendiamo atto che per la Confederazione Italiani Sindacati Lavoratori adesso non sia più così (anche se conosciamo parecchi quadri locali e intermedi che la pensano diversamente). A questo punto però non si capisce tanto bene come si giustifichi la sua struttura confederale: partendo dal documento e traendone le dovute conseguenze, la Cisl dovrebbe essere un’organizzazione corporativa (cioè di difesa degli interessi dei suoi iscritti e non dei lavoratori in generale), che non si occupa di alcuna questione politica5 e divisa in federazioni di categoria scollegate fra di loro.
Per fortuna le successive 33 pagine di documento, dedicate ad una fitta disanima dei problemi politici nazionali e continentali con allegate proposte, smentiscono nei fatti le 10 pagine che abbiamo qua analizzato.
La Cisl, sindacato confederale, continuerà a porsi in una prospettiva politica e sociale, nonostante le velleità corporative.
E ripetiamo: per fortuna.

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1. Per questa ed altre gustose cifre organizzative sulla Cisl rimandiamo alle slide appositamente create dall’organizzazione per il presente Congresso.

2. E solo questo basterebbe a smentire la tiritera del fatto che “il congresso a tesi è una roba da Pci-Cgil”, come recentemente sostenuto da Salvatore Vassallo (l’autore di quell’opera d’arte che conosciamo sotto il nome di Statuto Pd).

3. Confronta Per un neo-umanesimo del lavoro di Stefano Fassina di appena un mese fa: dove non riesce la politica riescono le comuni radici ideologiche (in questo caso, l’influenza del personalismo cattolico).

4. C’è da dire che se in Cgil la visione del sindacato come strumento di lotta di classe si è attenuata solo relativamente negli ultimi decenni, Cisl e Uil sul tema hanno avuto notevoli sbalzi: la Uil fino a fine anni ‘70 la pensava come la Cgil e da allora la pensa come adesso la Cisl; la Cisl è nata rifiutando quella prospettiva per assumerla poi abbastanza fugacemente negli anni ‘60 e ‘70 in seguito all’avanzata (di coscienza e di forza organizzativa) del movimento operaio - dopo la quale è tornata alla casella iniziale. Come ausilio si veda la presenza di rosso all’interno delle tessere degli anni ‘60-‘70 per la Cisl e il passaggio da bandiera rossa a bandiera blu a fine anni ‘70 per la Uil.

5. No, non sottolineeremo il fatto che questa impostazione sia esattamente il sogno dell’imperante pensiero liberale italiano. Non siamo proprio abituati ad accusare qualcuno di subalternità.







Bei segnali

Il successo del Pd a questo turno amministrativo è tanto evidente quanto inaspettato. Anche grazie alla legge elettorale delle comunali (che non ci piace), il centrosinistra ha conquistato tutti e sedici i comuni capoluogo in palio, Roma compresa.

È un segnale fantastico. Non perché significhi un clima nazionale favorevole al centrosinistra, ma anzi proprio perché è arrivata nel mezzo di una situazione nazionale terribile.

Qua in Veneto si è vinto a Treviso (TREVISO!). E non è stata la campagna elettorale, lo slogan, il socialmediastrategist oppure qualche fenomeno nazionale ma bensì il frutto di un lavoro vero di anni, un lavoro collettivo. Così come molti eletti che si sono conquistati il posto con numeri (inaspettatamente) alti di preferenze, anche chi ha gestito e fatto questo lavoro sono soprattutto giovani.

Un segnale fantastico: una generazione di ventenni sta iniziando a camminare con le sue gambe nel partito, trasformandolo e rendendolo in grado di parlare a nuovi soggetti, senza arrivare dall’alto, senza sponsor nobili, ma dalla semplice militanza e dalle associazioni studentesche.

Non ci auguriamo che si prendano il Partito domani. Ci auguriamo che governino e governino bene, sia il comune che il partito locale.

Quando un giorno vinceremo le elezioni politiche e, come l’altro giorno, nessun editorialista sarà in grado di spiegarsi il come ed il perché, capirete che sono arrivati in cima.







Sette motivi per non fare il semipresidenzialismo

  1. Non è una riforma istituzionale, è una nuova Costituzione. Per realizzarlo, infatti, serve riscrivere molti articoli della carta nonché stravolgere completamente la struttura istituzionale che è prevista. Per fare un sistema semipresidenzialista, infatti, bisogna introdurre tutta una serie di contrappesi per bilanciare il potere presidenziale, contrappesi attualmente non previsti nel nostro assetto costituzionale (e, per capirci, neanche in quello comunale - secondo noi piuttosto poco democratico - a cui sono affezionati moltissimi sindaci). La Costituzione è stata scritta lentamente, dopo attenti studi ed un difficile lavoro di mediazione, in un clima molto particolare, da forze politiche che avevano appena terminato di combattere assieme la guerra contro il nazifascismo. Qualcuno pensa davvero sia saggio riscriverla ora, in queste condizioni nelle quali sarà difficile anche produrre una legge finanziaria?
  2. Non serve alla legge elettorale. Per quanto il dibattito sulla legge elettorale sia un argomento di ridotto interesse nella popolazione, l’interesse tra i commentatori politici italiani è sufficientemente alto da spingere i sostenitori del semipresidenzialismo ad agganciarvisi. Così Letta ha proposto il semipresidenzialismo come necessario per ottenere il doppio turno di collegio “alla francese”, proposta che piace al Pd ed anche ai sottoscritti. Ma non viene spiegata l’origine di questa necessità, più un factoid1 che una realtà.
  3. Non serve alla “stabilità”. Pensate al recente risultato elettorale, con il Paese spaccato in tre. Che credibilità e forza avrebbe un presidente eletto in questa maniera? Quanto stabile può essere un Paese bloccato in una lotta tra un Presidente con una debole legittimazione popolare ed un Parlamento spaccato?2
  4. È un inutile rischio. Lo spostamento di potere da un organo assembleare ad una sola persona è sempre pericoloso e va bilanciato con organi di controllo e contrappesi. Un equilibrio delicato che non crediamo sia possibile realizzare in questo momento nel quale ogni processo democratico viene visto come un ostacolo all’azione.
  5. La democrazia non è efficiente. I processi democratici richiedono tempo ed un complesso lavoro di mediazione. Se mettiamo come priorità non la legittimità democratica ed il coinvolgimento del popolo nella gestione dello Stato, ma bensì l’efficienza, ci stiamo allontanando dalla democrazia per rincorrere improbabili vantaggi[^2]. Specialmente chi si ritiene di sinistra dovrebbe starci molto attento.
  6. La Presidenza della Repubblica è l’unica istituzione che regge. Nella crisi delle istituzioni della Repubblica, il suo Presidente è stato importante punto di riferimento che ha garantito stabilità ed evitato la paralisi dello Stato3. Un Presidente al centro del dibattito politico, come inevitabilmente sarebbe in un sistema semipresidenziale, non avrebbe questa libertà e ruolo di garante, essenziale in un Paese complesso e difficile come il nostro. Francamente ci sfugge il senso di andare ad intaccare l’unica istituzione che non ha mostrato crisi negli ultimi anni ma che ha anzi sopperito alle mancanze altrui.
  7. Eh ma allora Hollande. In Francia c’è un sistema istituzionale semi-presidenziale, introdotto millannifa da De Gaulle (di cui non per caso il ministro Quagliarello è uno degli studiosi più accreditati a livello europeo). Ai socialisti francese per qualche tempo non è andato per niente bene, poi si sono adeguati, ma rimanendo sempre molto critici. Nel programma elettorale per le elezioni politiche del 2012 il Ps propone una riforma elettorale in senso proporzionale, e diversi dirigenti socialisti vorrebbero quantomeno separare le elezioni presidenziali da quelle del Parlamento di un anno, perché così come sono danno troppo potere al Presidente a scapito della rappresentanza democratica.

  1. Un factoid è una realtà dubbia, falsamente verificata, errata o una dichiarazione fabbricata, formata e affermata come un fatto, ma senza alcuna veridicità.

  2. Il semipresidenzialismo è un po’ la nuova Agenda Monti.

  3. Non è chiaramente un giudizio di merito sulle scelte fatte dal Presidente Napolitano.







L’altra sconfitta di Bersani

La campagna di Bersani era cosparsa di espedienti ed idee gradite e note solo al circolo interno del segretario, mentre sprofondavano nel disinteresse totale per chiunque ne fosse all’esterno. Oggi raccontiamo una di queste.

Bersani non credeva nell’autosufficienza del partito, né tantomeno della politica. Non a caso per l’intera campagna, cominciando dall’estate precedente alle primarie, utilizzava un termine francamente orrendo per esprimere un concetto interessante: “riscossa civica”.

Questo termine rappresentava un’apertura del Partito Democratico verso tutto il mondo dell’associazionismo e del volontariato per lavorare insieme ad un’alternativa al centrodestra berlusconiano. Un’idea probabilmente rinforzata dal risultato dei referendum, dove una campagna nata da alcune di queste forze e che ha trovato un forte sostegno nella base prima e nella dirigenza poi del Pd, ha trovato poi un appoggio nella maggioranza degli italiani: idee minoritarie sono riuscite a diventare maggioritarie.

Non pare abbia funzionato. Non sappiamo per colpa di chi, ma non è difficile notare continui riferimenti a queste forze in tutta la campagna bersaniana, fino alle consultazioni del preincarico in cui ha convocato anche personaggi di queste realtà, mentre non ricordiamo grandi aperture verso il Pd e Bersani da parte di associazioni e movimenti non direttamente collegati al Partito Democratico. 

Realtà che spesso hanno visto i propri militanti, nell’assenza di istruzioni o perlomeno di un indirizzo politico, finire nel Movimento Cinque Stelle, tanto forte è la sensazione di distacco dalla politica di chi fa associazionismo.

Lo sappiamo tutti, a parte forse Veltroni, che in Italia coi soli voti del centrosinistra non si vince a meno di operazioni alla Romano Prodi. La soluzione bersaniana al problema passava anche per questa “riscossa civica”.

Ed è fallita. Teniamolo a mente.







Un Partito socialista

Un paio di settimane fa, da queste colonne formulammo un’analisi, che poi era anche una chiamata alle armi. Guardando alla composizione del nuovo governo scoprimmo che su 21 ministri solo 2 provenivano da una matrice politica socialista (intesa come quell’impostazione ideologica che mira alla costruzione di una società la più giusta possibile, il socialismo, tramite l’organizzazione democratica di una parte della società, i lavoratori, unico strumento di cambiamento in una società pervasa e guidata da organizzazioni economiche non democratiche, interessi confliggenti). Niente di scandaloso, ma il Governo Letta - sostenuto per tre quarti da un partito progressista - è un Governo coerentemente liberale. E chi liberale non è (come noi) ne deve ovviamente tener conto.

In queste ore l’Assemblea Nazionale del Pd (che noi, fra l’altro, vorremmo abolire) eleggerà come segretario transitorio Guglielmo Epifani, già segretario nazionale di mamma Cgil. Durerà il tempo di portarci al congresso, e verosimilmente non avrà la forza politica per fare niente di particolare. Ma se andiamo alla materialità della persona1, Guglielmo Epifani è un socialista.

E, per una volta, speriamo che la rondine faccia primavera.

 

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1. Per altro Epifani è quello che negli ultimi anni, dentro e fuori al Pd, ha denunciato fra i primi e con più forza l’ingiustizia (oltre che l’infunzionalità) delle politiche di austerità europea. Il capo del Governo Liberale, invece, su questo tema ha qualcosina da farsi perdonare.







Un Governo liberale

Nel nuovo Governo Letta ci saranno 21 ministri. Di questi 21 ministri solo 2 provengono da una matrice politica socialista.

Per non venire equivocati (e quando si scrivono brutte parole come socialismo si viene sempre equivocati) precisiamo il significato di “matrice politica socialista”: dicesi m.p.s. (ops) quell’impostazione ideologica che mira alla costruzione di una società la più giusta possibile (socialismo) tramite l’organizzazione democratica di una parte della società (lavoratori), unico strumento di cambiamento in una società pervasa e guidata da organizzazioni economiche non democratiche (interessi confliggenti). E’ evidente come questa visione sia estremamente minoritaria nella realtà politica attuale. Un po’ meno è minoritaria nell’ambito sociale e, soprattutto, in quello intellettuale e accademico (nelle scienze sociali il materialismo è una visione ampiamente consolidata e diffusa). Ma questo ci interessa fino ad un certo punto, fino cioè alla presa d’atto della sua sottorappresentazione politica.

Attenzione: niente presunzioni di superiorità da parte nostra. La “matrice politica liberale” è una visione ideologica altrettanto degna e legittima. Solo che non è la nostra. E chi non è liberale, ma è socialista (e socialista sul serio, non per una vuota adesione ad un brand europeo), si deve interrogare su come uscire dall’angolo. Senza aver paura di sostenere le proprie opinioni in pubblico, senza paura di scomuniche da parte di chi si fa forte di un’egemonia ideologica schiacciante.

Il nuovo Governo è un governo liberale, il risultato di un progetto politico che Letta persegue da anni (si pensi a Vedrò, spazio dove negli anni i liberali di destra e di sinistra hanno potuto confrontarsi e apprezzarsi in modo post-ideologico). Con questo Governo nasce, in Italia, una forza inedita, una forza già vincente e maggioritaria nel senso comune, ma divisa negli anni dal bipolarismo forzato. Oggi in Italia nasce una nuova forza politica centrista, un nuovo Partito Liberale, forse estemporaneo, forse destinato a stabilizzarsi.

Vedremo. Intanto teniamone conto.

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Stamattina su Europa Salvatore Vassallo (politologo ed ex-parlamentare Pd vicino a Veltroni) ha sostenuto una tesi molto simile alla nostra, mettendo al posto della matrice liberale quella democristiana - che a noi pare invece meno rilevante.







Il Partito è una storia d’amore, non un’organizzazione burocratica

Il Socialismo incomincia là, nel cuore dell’umanità, che ha avuto questa idea. O meglio: non so se ha avuto un’idea, l’umanità: l’umanità ha avuto amore. E ha incominciato questa storia di amore, questa storia di amore tanto lunga nei tempi e che ancora non è finita. Noi, donne e uomini di Partito, siamo in mezzo ad una storia d’amore: ognuno di noi è un anello in questa catena d’amore. E se non capiamo questo, non capiamo nulla di cosa sia il Socialismo.

Ma il Partito non cresce con la forza umana; poi, alcuni compagni hanno sbagliato per ragioni storiche, hanno sbagliato la strada, hanno fatto eserciti, hanno fatto guerre di fazione: quella è un’altra storia, che non è questa storia d’amore. Anche noi impariamo dai nostri sbagli come deve andare la storia d’amore. Ma come cresce? Togliatti l’ha detto semplicemente: cresce come il seme della senape, cresce come il lievito nella farina, cresce - insomma - senza rumore.

E quando il Partito vuol vantarsi della sua quantità e fa delle organizzazioni, e fa uffici e diventa un po’ burocratico, il Partito perde la sua principale sostanza e corre il pericolo di trasformarsi in una burocrazia. Ma il Socialismo non è una burocrazia. Il Socialismo è una storia d’amore. Scusatemi, eh! Tutto è necessario, gli uffici sono necessari. Ma sono necessari fino ad un certo punto: come aiuto a questa storia d’amore. Ma quando l’organizzazione prende il primo posto, l’amore viene giù e il Socialismo, poveretto, diventa una burocrazia. E questa non è la strada.

(Si ringrazia Papa Francesco per l’ispirazione)







Non rifondiamo le nostre contraddizioni

La cosa che ci ha sorpreso è come le contraddizioni del Pd siano esplose tutte contemporaneamente. Nel nostro piccolo, in questo anno di vita di TRed ne avevamo indicate alcune: l’indefinitezza della proposta politica, il caos organizzativo, lo spadroneggiare delle correnti e dei potentati interni, la mancanza di una vera ed efficiente democrazia interna, la scarsità politica e morale della classe dirigente diffusa (compresi i quarantenni, anzi, soprattutto loro), la confusione ideologica, l’imborghesimento della base militante, la subalternità al neoliberalismo - in fondo, in un’espressione, abbiamo cercato di disvelare l’irrazionalità di fondo su cui si è basato dalla fondazione tutto il progetto del Partito Democratico. A volte ci siamo trovati ad essere i primi a dire cose ovvie e sotto gli occhi di tutti. Giusto per capirci quanto stiamo messi male.

Ora si parla di Congresso e di Rifondazione (autoreferenzialità-tra-la-là). Facciamo pure. Però impariamo dall’esperienza: stavolta o si fa una cosa seria oppure si fa a meno di farla. Abbiamo fatto una bocciofila, ora facciamo il Partito.







Il bivio dell’Europa

“Non si può creare l’Europa dall’alto, attraverso una burocrazia tecnocratica condizionata dai monopoli o dalle nazioni più forti. [Bisogna invece] crearla nella coscienza dei popoli, muovendo le forze religiose, le forze sindacali, le forze giovanili, le forze politiche”.

Così parlava Giorgio Amendola, nel maggio del 1969.[1] Le contraddizioni che mettevano radici allora stanno ora, quarantaquattro anni dopo, venendo tragicamente al pettine. La risposta, allora come ora, rimane una sola: la creazione di un’alleanza internazionale fra le sinistre sociali e politiche che faccia dell’europeismo democratico e popolare il cardine di un’azione politica incisiva ed egemonica. Perché l’Europa degli egoismi delle classi dirigenti nazionali - l’Europa dei conservatori - sta fallendo, e rischia di portarsi con sé ogni speranza di integrazione continentale per i decenni (se non per i secoli) a venire. 

Vediamo di non dover continuare a ripetere le stesse cose per qualche altro decennio.

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1. da l’Unità, 30 maggio 1969.







Di cosa stiamo parlando quando parliamo di finanziamento privato alla politica.

Dopo il nostro piccolo argomento zero a favore del finanziamento pubblico ai partiti1, vogliamo gettare un piccolo argomento contrario alla sua ipotesi opposta ovvero il finanziamento privato alla politica. Una piccola storiella ambientata in un paese dove questa è la norma: gli Stati Uniti d’America

Il Governo degli Stati Uniti ha già molte informazioni sui cittadini. Quindi perché non potrebbe predisporre la dichiarazione dei redditi? Il singolo contribuente potrà darle un’occhiata e sottoscriverla o segnalare gli errori. Non è un’idea stupida, lo fanno già altri Paesi e se ne parla dai tempi di Reagan. E sarebbe un risparmio non da poco!

Ogni anno, infatti, gli americani spendono cifre non irrisorie in consulenze ed in software come Turbotax, che ad un modico costo che va dai 40 ai 160 dollari ti aiuta a compilare la dichiarazione dei redditi.

Esiste quindi un mercato non da poco2 basato sulla difficoltà e l’inefficienza del rapporto tra Stato e cittadini.

Se lo Stato funzionasse meglio, se gli Stati Uniti finalmente realizzassero quel sistema lì, tutti ne guadagnerebbero meno la Inuit che produce Turbotax e pochi altri.

Ma chiaramente negli ultimi cinque anni la Inuit ha speso circa 11.5 milioni di dollari in attività di lobbying a livello federale. E fare la dichiarazione dei redditi è rimasto difficile.

Il cittadino non se la prenda: l’elenco dei lobbisti e finanziatori di campagne elettorali è online. Quindi è tutto ok.

Fonte: Pro Publica


  1. Ovvero: perché lo fanno tutti.

  2. La sola Inuit dichiara un fatturato annuo di 4.2 miliardi di dollari, il cui 35% di Turbotax.